Contro il Green Pass, contro il Green Washing

Nella giornata di sabato 18 settembre un gruppo di attivistə antispecistə ha deciso di fare una gita a Cheese, l’evento di Slow Food dedicato al formaggio che si svolge ogni due anni a Bra. 
Lo slogan “Considera gli animali”, insieme al costante proclama di una presunta attenzione per il “benessere animale”, sono il leitmotiv che ci accompagna lungo distese di stand, “laboratori del gusto” e conferenze che si diramano lungo tutto il centro di Bra. L’alternanza senza soluzione di continuità di percorsi didattici dedicati allo sviluppo di una non meglio identificata “consapevolezza animale” e di un ancor meno chiaro “ritorno alla natura”, di fumi delle bancherelle che vendono arrosticini e carne alla griglia lasciano l’impressione che Cheese, nonostante i goffi tentativi di nobilitarsi, non rimanga altro che una banale sagra di paese.
Per fortuna, questo idillio fatto di consumismo elitario e non, di idealizzazioni bucoliche e di green washing sfacciato non è sfuggito a noi attivistə antispecistə, che, contrariamente a Slow Food, sappiamo bene che liberazione animale e lotta al cambiamento climatico sono incompatibili con ogni forma di allevamento, e che gli animali non umani non sono prodotti, merci da svendere a poco prezzo a una fiera di paese, ma soggetti che se potessero “parlare e riunirsi in assemblea”, come si spinge ad interpretare Slow Food, non vorrebbero essere certo “carne felice” ma individui liberi.
Evidentemente queste riflessioni devono aver turbato il clima di festa e leggerezza della giornata, perché nel giro di breve tempo, le nostre rimostranze, esposte ad alta voce, senza megafono, e attraverso la distribuzione di volantini, hanno attirato diversi esponenti delle forze dell’ordine. Non ci è potuto sfuggire come alla nervosa pressione di diversi organizzatori dell’evento, riunitisi intorno a noi, sia finalmente seguito l’intervento di forze dell’ordine e digos, che ci hanno interrottə e identificatə. 
Uno scenario più che noto eccetto che, oltre ai documenti, ci è stato chiesto di mostrare anche il Green Pass.
Per rispettare la privacy di tuttə, scegliamo di non raccontare se vi siano state conseguenze legali sulle singole persone presenti.
Ci è stato chiaro fin da subito l’uso strumentale e selettivo del Green Pass nei confronti di noi attivistə, dal momento che non era mai stato richiesto né all’ingresso né all’interno dello spazio della fiera, pena l’interruzione di un rituale di consumismo collettivo e dei relativi profitti.
La speranza era ovviamente quella di poter allontanare quantə più attivistə possibilə da uno spazio di lotta e conflitto, tramite l’esercizio di un potere arbitrario che rinforza e si somma a forme repressive più “tradizionali”.
Merita uno sguardo la giustificazione addotta dalle forze dell’ordine per la richiesta del Green pass: infatti in occasione di Cheese l’intero centro storico è stato adibito ad “area fieristica” cui sarebbe legato l’obbligo di possesso di Green Pass: un processo che si configura come una forma di privatizzazione dello spazio pubblico, in cui il confine tra cittadino e consumatore, già flebile, diventa ormai quasi impercettibile. Ma è proprio sulla porosità e vaghezza dei confini, che possono allargarsi e restringersi a piacimento a seconda delle necessità del capitale e delle parti coinvolte, che si gioca il potere di uno strumento in grado di costruire potenzialmente all’infinito nuove frontiere interne ed esterne.

E così è possibile affermare che, anche se per pochi giorni, Bra non ospita più Cheese, ma è Cheese.

Come Transelvatikə e Assemblea Antispecista, denunciamo il pericolo di rimanere impantanatə nella melma di un nuovo securitarismo con la stessa forza con cui ci opponiamo alla reclusione dellə nostrə compagnə non umanə negli allevamenti “felici”.

Contro ogni frontiera, di specie, di razza e di genere, NO GREEN PASS, NO GREEN WASHING